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Cenni Storici

Le prime testimonianze dell’esistenza della Città fanno riferimento ad Eretum, insediamento sabino sulle sponde del Tevere, la cui nascita è databile pressappoco nello stesso periodo di Roma.
Publio Virgilio Marone la cita nell’Eneide tra le altre popolazioni che presero le armi contro Enea.
Strabone, Livio, Plinio, Dionisio e Valerio Massimo la collocavano più o meno all’altezza del XVIII miglio della Via Salaria, nel punto in cui a questa si congiungeva la Via Nomentana.
Dopo le scorrerie del V Secolo d.C. ad opera dei Goti e dei Musulmani, la fine di Eretum si deve, molto probabilmente, ai Longobardi.
Nel 1074 Papa Gregorio VII colloca l’agglomerato nelle proprietà del Monastero di S. Paolo e la chiama Castrum Rutundum.

A partire dal XIII secolo, la storia di Monterotondo si identifica con quella delle famiglie nobili romane che ne ebbero la signoria: i Savelli, gli Orsini, i Barberini, i del Grillo, i Boncompagni…
Il primo Statuto – quello più antico che conosciamo – è datato 1579, firmato da Francesco e Raimondo Orsini.
Famiglia tra le più illustri di Roma, gli Orsini andarono accrescendo la loro potenza soprattutto dal momento in cui un membro della famiglia, Giacinto Orsini, salì al soglio pontificio assumendo il nome di Celestino II (1191- 1198) e poi con il pontificato di Nicolò III, fratello di quel Rinaldo dal quale discendono Orso Orsini e gli Orsini di Monterotondo. Il momento più glorioso per il ramo eretino è quando Clarice Orsini va’ in sposa, nel 1468, a Lorenzo de’ Medici noto come il Magnifico.

Dopo questa unione sono parecchi i componenti della casata che scelgono di educarsi a Firenze. Pur se il loro mestiere rimane quello di valenti uomini d’arme, essi non restano insensibili al richiamo della cultura. Franciotto, cugino di Leone X, è inviato a Firenze ancora in tenera età e studia insieme ai figli di Lorenzo. Tornato a Monterotondo, incomincia a darsi da fare per rendere il Palazzo una magione più confortevole, più bella e più ampia. È quasi certo che proprio a lui si deve l’ampliamento e la sistemazione delle quattro stanze superiori del castello. Più tardi, probabilmente su iniziativa dei figli, anch’essi educati nella città toscana, le stanze sono decorate ed affrescate.
Nel 1485 Monterotondo è incendiata dagli stessi Orsini ed occupata dai soldati del Papa, ma l’anno seguente è rioccupata dal Duca di Calabria, da Arrigo e da Francesco Orsini.

Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, la famiglia Orsini conosce un periodo di difficoltà ed è costretta a vendere il feudo ai Barberini che ottengono l’elevazione di Monterotondo a ducato e avviano una serie di trasformazioni urbanistiche: l’edificazione della nuova chiesa di S. Maria Maddalena (il Duomo) e la creazione dell’asse che collega Piazza del Popolo a Piazza del Duomo.
Successivamente Monterotondo viene acquistato dalla famiglia genovese dei Grillo per essere ceduta, poi, nel 1825 ai Principi di Piombino.
Il 6 ottobre 1845 riceve la visita di Papa Gregorio XVI che, per le calorose accoglienze tributategli, concede il titolo di Città con tutte le prerogative che ne conseguono.

Nel 1867 Garibaldi, ormai sessantenne, non ha ancora abbandonato le speranze di consegnare Roma al Regno d’Italia. Ha incaricato i suoi figli Ricciotti di raccogliere denaro nella protestante Inghilterra, e Menotti di organizzare delle bande armate. La campagna romana inizia nel peggiore dei modi, con il sacrificio, a Villa Glori, dei fratelli Cairoli e di sessanta loro compagni. Le truppe irregolari – in attesa dell’arrivo da Caprera del generale – operano scaramucce nel viterbese, a Nerola, a Passo Corese. Garibaldi vorrebbe marciare direttamente su Roma ma, avuta notizia che a Monterotondo è di stanza un distaccamento di 323 zuavi pontifici comandati dal capitano Roberto Cortes (159 uomini della 2° e 5° Compagnia della legione Antibo; 85 uomini della compagnia carabinieri esteri; il 1° plotone dei dragoni composto da 26 cavalieri; una sezione di artiglieria composta da 32 uomini; 21 militari del primo drappello gendarmi) ed ignorandone il numero – onde evitare di essere preso alle spalle – decide di occupare il paese. La stazione ferroviaria viene occupata la notte tre il 23 e il 24 ottobre. Alle sei del mattino del 25 viene condotto l’attacco alla cittadina. Ma il 26, nonostante la schiacciante superiorità numerica degli assalitori, Monterotondo resiste ancora.. Gli zuavi isseranno la bandiera bianca sulla torre del castello alle ore 4,00 del 27 ottobre. Il 29 ottobre un contingente francese con 22.000 uomini e 2 pezzi d’artiglieria comandato dal generale di divisione Conte Pietro Luigi de Failly sbarca a Civitavecchia. Il 3 novembre le truppe francesi agli ordini del generale Kanzler, a Mentana infliggono a Garibaldi una tragica disfatta rimandando di tre anni la realizzazione dell’Unità d’Italia.

Dopo la proclamazione di Roma città aperta, dal luglio 1943 Monterotondo è sede dello Stato Maggiore dell’Esercito. L’8 settembre, all’annuncio radiofonico dell’armistizio, il paese impazzisce di gioia; ma all’alba del 9, cinquanta junker 52 sorvolano il paese e lanciano 800 diavoli verdi agli ordini del Maggiore Gerike, con l’intento di arrestare il Generale Roatta e gli alti vertici dell’Esercito fuggiti, invece, nottetempo. I paracadutisti seminano morte e terrore. La resistenza presso l’Osteria del Grillo, la Stazione e attorno al Palazzo del Municipio è strenua. Vi partecipano alcuni reparti delle divisioni Piave e Re insieme a numerosi civili armati con doppiette da caccia e mitra, fucili e pistole prese ai caduti. Il 10 settembre, vista l’inutilità di un simile massacro dopo la fuga della famiglia reale e dello Stato Maggiore alla volta di Brindisi, i tedeschi, asserragliati all’interno di Palazzo Orsini chiedono la resa che viene concessa loro con l’onore delle armi. Al termine dei combattimenti si conteranno tra le vittime 300 paracaduti tedeschi, 125 soldati italiani, 31 civili. Per tali fatti d’arme Monterotondo sarà insignita con medaglia d’argento al valor militare.

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